A un anno dal ritorno, riflessione personale. Sul giornalismo italiano, fortino d’altri tempi

 In Storie


A quasi un anno dal ritorno in Italia dagli Usa (23 luglio), mentre l’avventura di Italiani di Frontiera prosegue sotto i migliori auspici, per una volta invece di raccogliere testimonianze mi permetto una riflessione personale. Sul mio mestiere, quello di giornalista. E su come si fa in Italia. Perche’ mi sembra pertinente ai temi di questo progetto, che parla di merito, innovazione, spirito d’impresa, nuovi modi di pensare. Ripenso alle mie esperienze passate e presenti, cercando di fare quel che da noi non e’ cosi’ di moda: guardare al futuro.
Visto cosi’, il mondo del giornalismo italiano mi pare anacronistico, schierato, autoreferenziale. Assediato. Come un fortino d’altri tempi.

Dopo anni, i giornalisti italiani hanno avuto di recente un nuovo contratto.
Ma riguarderà forse la metà di loro. Come mai?
La mia personale riflessione e’ dedicata ai giornalisti di domani.

L’ESEMPIO USA – Qualche mese, nel cuore della crisi che ha avuto effetti devastanti sulla stampa americana, ha chiuso i battenti anche il Rocky Mountain News, quotidiano di Denver.
Pochi giorni dopo avrebbe compiuto 150 anni ma era proiettato nel futuro, con straordinari esempi di giornalismo d’avanguardia, multimediale nel web. L’ultimo dei quali, dedicato alla propria chiusura.

Con una compostezza a noi sconosciuta, giornalisti che davanti al ferale annuncio, prendono appunti. Per raccontare da giornalisti, anche quando la cattiva notizia riguarda le loro vite.

Come raccontare, da giornalisti, il quadro della stampa italiana?
Dicendo che il re è nudo.

UN FORTINO IL GIORNALISMO ITALIANO – Mentre il giornalismo mondiale affronta svolte epocali, a me il giornalismo italiano sembra lo specchio di un Paese di cui dovrebbe essere invece osservatore distaccato e critico. Troppo spesso ingessato, clientelare, rivolto al passato, assurdamente autoreferenziale. Non si limita a raccontare i problemi di questo Paese, ne fa parte in pieno.
Un fortino d’altri tempi, in cui ancora una volta il contratto rassicura parzialmente solo chi è dentro. Anche se il fortino sta in piedi solo grazie a chi e’ fuori e spinge sulle palizzate. Che altrimenti crollerebbero.

CHI STA FUORI – Fuori, a tirare la carretta, collaboratori sottopagati, molti giornalisti a tempo pieno senza tutele, costretti spesso a subire ricatti o capricci di capiredattori culi di pietra che non ricordano quando e se sono stati su piazza l’ultima volta, il mondo lo guardano attraverso telegiornali, pochi quotidiani e agenzie, capaci di bocciare la notizia del secolo, se non l’hanno prima vista sull’Ansa.
Fuori a spingere anche giovani e giovanissimi che hanno una sola speranza, per tentare di incunearsi con tanta fortuna in uno dei pochissimi posti fissi. Ingraziarsi un capo influente. Per riuscirci, la bravura aiuta ma non è indispensabile. Mentre essere originali, innovativi, anticonformisti puo’ essere pericolosissimo, sinonimo di inaffidabilita’, per chi ragiona sempre in base a schemi e consuetudini del passato. Che tipo di giornalisti di domani verranno selezionati cosi’?

CHI STA DENTRO – Dentro il fortino, tanti colleghi in gamba, spesso senza galloni. Ma anche papaveri avvinghiati a privilegi assurdi, con stipendi mensili mostruosamente sproporzionati, rispetto ai tanti bravi e sottopagati; alcuni colleghi che nell’era del web considerano un affronto che si metta in discussione la loro mazzetta quotidiana personale di giornali, magari da oltre mille euro al mese. Molti altri che non sanno l’inglese e considerano computer e Internet poco più di macchine da scrivere, vocabolari ed elenchi del telefono. Rappresentati da un Ordine che lo scorso anno, 2008, ha organizzato finalmente la prima prova d’esame col computer. Mandando tutto in tilt per un sistema informatico disastroso!
Una corporazione che si difende da editori-imprenditori illuminati, che vorrebbero coniugare flessibilità e meritocrazia? Magari. Nella mia passata esperienza nei quotidiani ho quasi sempre visto premiare la fedeltà sul merito. E temo che in una grande azienda editoriale, in nome della flessibilità, a saltare da una redazione esteri ad un mensile di cucina potrebbe essere non il meno competente di esteri ma il più scomodo, il meno ammanicato.
Quanto starà in piedi questo fortino? Più o meno del Paese arretrato e autoreferenziale su cui dovrebbe vigilare?

SVOLTE EPOCALI IGNORATE – Intanto, tutto il mondo della comunicazione sta andando incontro a svolte epocali. Un terremoto propiziato dalle nuove tecnologie che è solo agli inizi…
Con un paradosso. La circolazione gratuita di contenuti intellettuali su mille piattaforme e fuori dai circuiti tradizionali è una tendenza ineluttabile, rappresenta un’opportunità straordinaria e senza precedenti per il giornalismo, è un’occasione fantastica di promozione culturale globale. Ma coincide con un futuro di incognite, per chi il giornalista lo fa per mestiere e deve trarvi sostentamento.

Occorre però capire che indietro non si torna, bisogna guardare avanti.
I giornali forse non spariranno ma si trasformeranno drasticamente. E si dovranno trovare sistemi diversi per guadagnare. Come a fatica sta facendo l’industria della musica. Far solo la guerra agli Mp3 è ridicolo. E se i cd spariranno, la musica digitale ha creato intanto anche nuove formule di remunerazione e nuovi mercati.
Lo stesso dovrà fare l’intero mondo editoriale. Partendo dalla constatazione che se il traferimento dei contenuti digitali online ormai non ha quasi più un costo, non sarà più possibile guadagnare da quel trasferimento, bisogna trovare altro. Come dovrebbe fare l’industria del latte, se un giorno il latte sgorgasse gratuitamente dai rubinetti di casa.

OPPORTUNITA’ – Credo che essere consapevoli di questa realtà globale sia il primo passo per prepararsi al domani. E magari, fare quel che in Italia non è di moda fare: scrutare il futuro e trovare nei cambiamenti epocali e nelle innovazioni anche delle opportunità. Invece di considerarli solo come pericoli e minacce dai quali proteggersi con barricate. Perchè la rivoluzione in corso non distruggerà solo, creerà nuove figure professionali giornalistiche, che magari oggi fatichiamo anche a immaginare.
Chiuso il loro giornale, alcuni colleghi del Rocky Mountain News hanno tentato diversi esperimenti di informazione online, anche in chiave locale.
Intanto, dentro al fortino del giornalismo italiano, “guardare al futuro” per molti vuol dire solo parlare di scatti d’anzianità e prepensionamenti.

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Showing 9 comments
  • Aldo
    Rispondi

    Non conosco bene la situazione italiana. Non è che sia meno legata alla legge del mercato e più legata a chi ha bisogno di sostenere i giornali per avanzare i propri interessi? Quindi magari il futuro non è così cupo come per le testate straniere?

  • Federica
    Rispondi

    Aldo assolutamente non è cupo, in quanto i giornali sopravvivono grazie agli aiuti statali, quindi dalla politica. Come negli altri paesi i giornali hanno sempre meno lettori, soprattutto i giovani, ma ciò fa aumentare gli aiuti monetari da parte del governo. Ti sembra normale che devo pagare dell'informazione che non leggo? Ovvio che è tutto per interesse e per censurare l'informazione.

  • Fra
    Rispondi

    Grande Bonzio! Questo post mi è proprio piaciuto!
    Fra

  • Roberta
    Rispondi

    Io non riesco più a guardare il tg1, mi sta venendo la nausea per il giornalismo militante da una parte e dall'altra e per il giornalismo italiano in generale. Poco rispettoso del lettore, perché se lo rispettasse davvero non pretenderebbe di inculcargli le sue idee, ma lo lascerebbe libero di giudicare da solo un fatto, senza il solito nauseante condimento del giudizio. Senza considerare che, vedendo la formazione dei giovani giornalisti, vorrei anche a mio discapito mettere in guardia tutti dall'accettare in modo acritico la validità del loro giudizio sulle cose. Come se lo sono formati, nelle scuole di giornalismo? Nelle redazioni, senza nessuna voce in capitolo, senza firma sotto i pezzi, senza la possibilità di mettersi contro nessuno? Davanti a un computer o inseguendo insieme a altri dieci colleghi un politico o un banchiere che ti ignorano o ti dicono soltanto quello che vogliono? Con questa formazione sono i giornalisti davvero in grado di manipolare il fatto aggiungendo il loro giudizio? Da persone libere, innovatrici, con la testa vuota da pregiudizi e una formazione solida possono arrivare contributi nel giudicare la situazione corrente, ma non basta certo aver sostenuto un esame di stato.

  • dgiluz
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    fortino di altri tempi è un modo elegante per descrivere la situazione soprattutto laddove i temi da trattare toccano politica, interni e cronaca

  • Alessandro
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    Ho pensato molto a quello che hai scritto. A pensarci, ho fatto bene a prendermi una pausa da questa professioni =)

  • Franco Folini
    Rispondi

    Veramente un bell'articolo, un'interessante riflessione. Sarei curioso di conoscere quanti dei tuoi colleghi Italiani condividono questo punto di vista, quanto sono disponibili a smatellare il fortino (abolendo o riformando l'albo ad esempio).

  • Marco Restelli
    Rispondi

    Caro Roberto, grazie per questa tua analisi, lucida e puntuale. Andrebbe fatta leggere ai ragazzi che entrano nelle Scuole di giornalismo del nostro Ordine. Per far sapere loro che cosa li attende (non sempre, ma piuttosto spesso): un destino da schiavi del desk all’interno delle redazioni, oppure una condizione di marginalità e ricattabilità (da te ben descritta) che affligge sopratutto i giovani precari e i freelance al di fuori delle redazioni.
    IL nostro mestiere si è dunque ridotto solo a questo? No. Io resto, nonostante tutto, ottimista. Perché credo che il WWW offra straordinarie opportunità di elaborazione di nuova forme di comunicazione e, dunque, di giornalismo. Non sono stati ancora trovati modelli di business davvero convincenti per l’on line, questo è vero. Ma sono convinto che entro breve emergeranno. E credo anche che dal “rumore di fondo” – ovvero dal bombardamento multimediale – che caratterizza la nostra epoca, solo una cosa emrgerà come discriminante: la qualità del lavoro.
    A ciascuno il suo pubblico (i suoi lettori, ascoltatori, telespettatori, etc).
    Chi saprà produrre qualità troverà sicuramente un “pubblico” che la cerca.

  • Roberto Bonzio
    Rispondi

    Ciao Marco, ti ringrazio per queste parole. E’ l’amicizia ed il sostegno di persone amiche e competenti come te a dare energia a Italiani d Frontiera. Forse nel nostro piccolo, possiamo almeno un po’ riconoscerci nella frase di Ralph Waldo Emerson che ho scelto per gli auguri (“Do not go where the path may lead, go instead where there is no path and leave a trail”). Io con IdF, tu con il tuo bel blog Milleorienti e il lavoro originale da freelance, dopo tutto abbiamo intrapreso un cammino da giornalisti al d fuori di quel fortino autoreferenziale. Speriamo possa servire d’esempio ad altri piu’ giovani. Il mio augurio per il 2010 e’ che questo sentiero possa essere per te appagante e ricco di soddisfazioni come meriti.

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