Guido Toffoletti, Peter Pan veneziano nell’Olimpo del Blues mondiale

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Guido Toffoletti durante un'esibizione a "Doc"

Guido Toffoletti durante un’esibizione a “Doc”

“Scusate ma domani non possiamo vederci. E’ il mio compleanno e lo festeggio con i Rolling Stones“.

Era il giugno 1998, e gli Stones erano a Milano per un concerto allo stadio. “Ma valà Guido!”, lo beffeggiammo. Lui come sempre sorrise. Ma un paio di giorni dopo si presentò con una foto polaroid: lui davanti a una torta con le candeline… fra Mick Jagger e Keith Richards!

Quando si sa volare per dono di natura, forse non ci si pone il problema: si è così e basta. Non credo che Peter Pan si sia mai chiesto come facesse a volare. Forse la Sindrome di Peter Pan ha contagiato nella mia generazione troppi  ex giovani appesantiti dagli “anta” capaci di far guai. Ma io ho avuto la fortuna d’incrociare per un periodo breve ma intenso un maturo Peter Pan di rara levità, che senza essere una star ha planato come forse nessun altro italiano in un Olimpo, quello della Musica Pop. E merita un posto speciale anche in Italiani di Frontiera.

Era così e basta, Guido Toffoletti, bluesman veneziano, che con la sua aria di ragazzino entusiasta e ingenuo, ha varcato soglie di quell’Olimpo precluse ad artisti ben più celebrati.

E’ ancora un teenager Guido, quando negli anni Sessanta seguendo la sua passione fugge da un collegio ad Asolo per inseguire un sogno pop. Non ci sono troppe occasioni, per un patito di Rock ‘n Roll ed Elvis Presley, così lavora al Piper di Milano e si adatta a far da uomo di fatica nelle tournée, trasportando gli strumenti di vari complessi fra i quali i Renegades. Quel ragazzino per loro è una mascotte, vittima pure di scherzi pesanti. E in una canzone raccontarono di quando lo fecero sbronzare e poi gli tagliarono i capelli…

Quando il suo sogno lo porta a Londra, Guido si mantiene con ogni tipo di lavoro fino all’incontro che segna il suo destino: incrocia Alexis Korner, patriarca di quel blues inglese di cui lui è un patito. Il primo di una serie di figure leggendarie che Guido riesce a conquistare con la sua genuinità e la sua passione. Korner  diventa per lui una sorta di padre artistico e spirituale, che agli altri musicisti lo presenta come il veneziano che li conosce meglio di loro stessi.

Tornato in Italia, a metà anni Settanta Guido fonda la Blues Society e diventa una delle figure di spicco del blues tricolore. Diventa amico di alcune star italiane del pop (Patty Pravo, Little Tony, Bobby Solo), suona chitarra e ogni tanto l’armonica a bocca, lo chiamano “Guido Rickenbaker” dal nome della sua inseparabile chitarra elettrica. Veste in modo eccentrico e questo è un altro risvolto della sua personalità: sfoggiava camicie a fiori, improbabili giacconi di pelle con le frange, stivaletti sgargianti che avrebbero reso ridicolo chiunque ma non lui: era così e basta.

Ma a Londra Guido ha lasciato il segno e alla carriera di buon artista che riesce a campare della propria musica, cosa non facile in Italia, comincia ad abbinare un percorso internazionale che ha dell’incredibile. Fa da spalla in concerti di leggende come B. B. King e John Mayall, a Venezia è lo stesso Alexis Korner che si offre di sostituire il suo chitarrista ritmico in un concerto (suonare accompagnati dal patriarca del blues inglese, seduto su un amplificatore in un angolo…). Conquista persino un intrattabile come Keith Richards, che indossa ai concerti la maglietta che Guido gli ha regalato, scrive su un tovagliolo in un hotel a Venezia i testi per una canzone che gli propone di comporre, promettendogli pure che se fosse andato a trovarlo (a quel tempo a Parigi) gli avrebbe messo a disposizione “la band”… quale band? Ma… i Rolling Stones! Korner muore prima di ultimare il disco che aveva iniziato con Guido, che trova aiuto in Ian Stewart (anche lui sarebbe morto poco dopo), cofondatore dei Rolling Stones dai quali fu estromesso per semplici motivi di look (non aveva il fisique du rol degli altri) anche se restò per sempre loro collaboratore. Stewart registra tutte le parti alle tastiere ma alla fine non vuole essere pagato  e se ne va con una pacca sulla spalla.

Guido Toffoletti con Keith Richards

L’anno dopo, 1985, Guido è anche l’unico italiano ad esibirsi al concerto di  Buxton (Manchester) in memoria di Korner. “Guido ma hai visto chi è salito sul palco dopo di te?”, gli chiede un amico. Erano Jimmy Page e Robert Plant, Led Zeppelin, che conclusero lo show.

A Londra, Guido viene ospitato dal figlio di Korner, Damien, che riesce a fargli concludere una collaborazione che inseguiva da un anno: registrare con un altro dei Rolling Stones: Mick Taylor. Mick era diventato un amico prezioso ma l’aveva dovuto corteggiare a lungo, sapendo che stava suonando con un’altra leggenda rock. Un giorno Guido compone il numero telefonico che gli aveva dato John Mayall, chiedendo di Mick. Gli risponde una voce nasale piuttosto conosciuta. “Ok Mick è qui adesso, te lo passo”: era Bob Dylan!

Forse Guido non era un fuoriclasse alla chitarra ma era un artista capace di librarsi in altre dimensioni, con un entusiasmo, una genuinità in grado di far breccia nel cuore di tanti grandi musicisti, che forse in lui ritrovavano quella freschezza, quella purezza che lo star system aveva ormai perduto. Chissà se quel percorso stralunato gli ha permesso di sentire meno i colpi, visto che gli aveva attirato odi e invidie in Italia, spesso irriso e calunniato da chi quell’Olimpo che lui frequentava poteva vederlo soltanto da lontano.

L’INCONTRO CON GUIDO, DIECI ANNI PRIMA DI ITALIANI DI FRONTIERA

Italiani di Frontiera ormai mi ha fatto capire che sono diventato parte delle storie che racconto. E questo è vero più che mai per l’incontro con Guido, avvenuto dieci anni prima del soggiorno a Silicon Valley (2008) che ha dato il via a questo progetto.

Lo conoscevo di fama ma l’avevo finalmente incontrato solo nel 1998. Io stavo ultimando la mia (tardivissima) tesi per la Laurea in Lettere, Storia del Cinema, all’Università di Ca’ Foscari a Venezia (che per IdF mi ha premiato come Cafoscarino dell’Anno!). E avevo preso come un segno, il fatto di aver incrociato il prototipo dell’Eterno Ragazzo proprio mentre concludevo in ritardo quel percorso legato alla giovinezza, dopo anni di giornalismo (al Gazzettino e al Giorno) con moglie e due figli già alle elementari. Anche Guido mi conosceva di vista ed era scattato un grande feeling. Per arrotondare i compensi dei concerti, in quel periodo si occupava della promozione di una grappa trendy e veniva così spesso a Milano. Visto da vicino, quel Peter Pan era assai più tormentato di quanto sembrasse, pure lui in un momento di svolta. Aveva realizzato molti dei suoi sogni, aveva ottenuto soddisfazioni e  una certa fama anche senza grande ricchezza, (“ma se avessi più soldi cosa ne farei? Mi comprerei un’altra chitarra, ma ne ho cinquanta…”),  si era tolto qualche sfizio strampalato, come quello di acquistare una vecchia Rolls Royce bianca che era stata dell’attore William Holden. Aveva successo con le donne  ma dopo tante avventure cominciava a pesargli l’andare verso i cinquant’anni senza una famiglia sua. Confessava queste sue debolezze in serate con un amico comune, Gigi Riva che dal Giorno era passato a D di Repubblica (oggi è firma del’Espresso), condite da aneddoti così improbabili che solo chi lo conosceva poteva crederli veri. Come quando dopo un concerto in Meridione si era visto compensare con l’ingaggio e… un agnellino vivo! Non sapendo che farne, sulla strada del ritorno l’aveva affidato a un pastore, incredulo,  che stava in un campo col suo gregge,  raccomandando di curarlo e..spedendogli per anni un assegno, come adozione a distanza! Sì, solo lui poteva farlo…

 


Fu in una di quelle sere che si scusò e ricomparve con la foto con torta… assieme a Mick Jagger e Keith Richards!  E ci raccontò di quella volta che Zucchero, che faceva dai supporter agli Stones, l’aveva supplicato di presentarglieli. Ma loro che stavano giocando a biliardo con lui, del cantante non ne avevano voluto sapere. In quel periodo, Guido era anche andato a recuperare un celebre musicista suo vecchio amico che in Svizzera viveva allo sbando. L’aveva aiutato a disintossicarsi a rimettere insieme il gruppo, a registrare ed aveva prodotto il suo disco…

L’anno dopo, Guido partecipò a tutte e due le mie due feste di laurea. A Mestre (nel leggendario teatrino del TAG) mi commosse presentandosi fasciato e senza poter parlare, appena dimesso dall’ospedale per un intervento alla gola. Ristabilitosi, alla seconda festa nel parco di una trattoria a Rivolta d’Adda, con gli amici di Milano e Bergamo, fu semplicemente il mattatore. Io avevo provato per settimane una scaletta di canzoni, lui si presentò imbracciando una chitarra autoamplificata, iniziando a suonare camminando già dal parcheggio. Era in stato di grazia, la scaletta sparì e cercammo soltanto di stargli dietro per ore, con chitarre e armonica, mentre lui si scatenò in un concerto travolgente, una serata memorabile, davanti anche a ospiti illustri fra i quali il leggendario Morando Morandini, decano dei critici cinematografici e mio collega al Giorno,  che aveva dato un prezioso contributo alla mia tesi in Storia del Cinema (“Una rivoluzione senza parole. L’umorismo eversivo di Harpo Marx“).

Per tutta la sera, a fianco di Guido ad accompagnarlo, con lo sguardo stralunato (continuava a ripetere: “Ma i xe tutti giornalisti ‘sti qua?”) uno dei suoi musicisti, appena scarcerato dopo i guai passati a causa di una valigia che gli era stata affidata e che non avrebbe mai dovuto trasportare in aereo…   Guido aveva dedicato nel tempo tre brani alle sue disavventure e lui ha continuato per anni a chiamarmi il giorno di Natale per gli auguri, cosa che mi ha fatto grande piacere. Ho preso come un segno pure il fatto di non avere, incredibilmente, nessuna foto di quelle due fantastiche feste, una letteralmente dominata dalle performance di Guido, fissate solo nella memoria.

Capace di suonare con leggerezza alla mia festa come a fianco di alcuni dei musicisti più celebri del Novecento, il Peter Pan delicato e attempato non era destinato ad arrivare al nuovo millennio, né ai cinquant’anni. Poche settimane dopo quella festa, in una notte d’estate, fra Padova e Rovigo, dopo una puntata con gli amici in un locale (che si chiamava anche quello Piper), Guido aveva deciso chissà come di tornare a casa di uno di loro su una vecchia bici da donna senza luci, rimediata chissà dove. Nel buio della campagna un automobilista l’aveva schivato per un soffio; tornando indietro per avvisarlo di quanto fosse pericolosa quella pedalata, aveva visto un’altra auto centrarlo in pieno. Era il 22 agosto 1999, Guido era così e basta. Aveva 48 anni.

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C’era un’atmosfera irreale, ai suoi funerali  il 28 agosto nella chiesa di San Giovanni e Paolo a Venezia, con tanti protagonisti della scena musicale. Accanto alle corone inviate da Bobby Solo, Stefania Sandrelli, Little Tony e Renzo Arbore (che l’aveva ospitato a “Doc”) c’era quella dei Rolling Stones, con una dedica di Keith Richards e Ronnie Wood  al «grande amico, grande musicista e instancabile showman».  Coro gospel e sax avevano intonato “Love me tender“, il classico di Elvis. James Burton, che fu l’ultimo chitarrista di Presley, era stato anche l’ultimo a registrare assieme a Guido.  

Guido Toffoletti aveva inseguito i suoi sogni fino a toccarli. Era il figlio ribelle di un giornalista, era caparbio, appassionato. Sin da bambino sognava Elvis e i Beatles, la fama, il successo, scegliendo però la via più impervia, quella del blues che in Italia era un percorso inesplorato. Lui, Fabio Treves, Roberto Ciotti, ciascuno a modo suo, ciascuno con le proprie capacità, hanno segnato una strada percorsa poi da molti altri, ma Guido soprattutto ha realizzato un ponte fra i giovani musicisti italiani, compresi Alex Britti a Tolo Marton, e i maestri anglosassoni e americani, ottenendo il rispetto e la collaborazione di questi ultimi. Frequentandolo negli anni mi sono trovato nelle situazioni più improbabili, a prendere il té con Keith Richards, o nel camerino di Bob Dylan, in studio con Mick Taylor, in teatro con i Led Zeppelin, o a casa di Alexis Korner. Sulle sue qualità di chitarrista, cantante, compositore, si è sempre discusso a lungo, però nei suoi dischi ci sono soluzioni blues inedite e originali e il suo linguaggio musicale era quello dei suoi maestri, molto critici invece dello stile dei suoi detrattori. Era un burlone, romantico e solitario, capace di scherzi terribili e sofisticate vendette. La sua morte assurda, travolto in bici da un’auto di notte, ha lasciato molti dubbi irrisolti come si conviene ai miti. Lo ha colto prima dei cinquant’anni che temeva, impedendogli di arrivare al nuovo secolo che probabilmente non gli apparteneva. Anche se qualcosa, come sempre, probabilmente si sarebbe inventato…”  Giò Alajmo

Storico giornalista musicale del Gazzettino, nonché vecchio compagno di bevute, suonate e amico di IdF, Giò Alajmo è stato pure amico fraterno e biografo di Guido (al quale ha dedicato una pagina Facebook). A lui si devono molti degli aneddoti in questo post ed è un piacere ospitare questa sua riflessione finale, scritta in esclusiva per Italiani di Frontiera (Grazie Giò!).  A 15 anni dalla sua scomparsa, spiega al meglio come questo musicista Out of the Box abbia incarnato tante parole chiave di IdF. Capace di sfidare le frontiere e inseguire ostinatamente sogni che sembrano impossibili, agendo di slancio, disinteressatamente. Credendo nelle Proprie Folli Idee.

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