Via al Tour, dal cloud di VMware a Palo Alto alle ricerche d’avanguardia di IBM a San Josè

 In Interviste e Incontri, Silicon Valley Tour 2014

Fuso orario e dodici ore di aereo? Non c’è stata scusa che tenesse. E un’ora dopo l’arrivo all’aeroporto di San Francisco, l’ardito manipolo di imprenditori (giovani e diversamente giovani) dell’Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2014, da Emilia Romagna, Liguria, Veneto e Lombardia, già scarpinava nella domenica pomeriggio di sole per le strade della città, Chinatown e North Beach su per il ripido pendio di Montgomery con tanto di carrozzina al seguito, visto che nel gruppo abbiamo una piccola bellissima mascotte di un anno…

La sera in birreria, davanti al Comfort Inn di Redwood City dove alloggiamo, molti hanno sfiorato il crollo. Invece lunedì la partenza è stata alla grande.

 

IdF Silicon VAlley Tour a VMware

Italiani di Frontiera Silicon Valley Tour 2014: la prima foto ufficiale a VMware, Palo Alto

Eravamo già stati lo scorso anno nel campus “da urlo” di VMware, colosso di Cloud e Data Center virtuali. Giardini ed edifici d’avanguardia, con servizi di ogni genere per i dipendenti, non solo palestra e campi sportivi ma pure parrucchiere e studi dentistici, per non perder tempo… qui si lavora a testa bassa ma  è l’azienda a doversi tenere stretti i dipendenti più preziosi, visto che la scelta di alternative nella Valle non manca, per chi ha talento e magari solo 25 anni.

Ci spiegano che tutto il campus, con laghetto consacrato alla tutela di tartarughe,  fa parte della colossale tenuta di proprietà della Stanford University. Ogni nuova costruzione va autorizzata mente l’azienda resta proprietaria solo degli edifici.

A VMware

A VMware

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Il Cloud è il futuro già iniziato, per il mondo del computer, spiega facendo gli onori di casa Riccardo Di Blasio, manager romano da anni trapiantato in California. Virtualizzare archivi e data center è una svolta, così come era stata la fornitura di energia per la Rivoluzione Industriale, partita con fabbriche che dovevano prodursi con fornace e carbone l’energia di cui avevano bisogno.

Riccardo per primo accenna alla “cultura del fallimento”, come la culla dell’innovazione mondiale consideri positivamente chi ha rischiato e fallito tentando strade nuove perché è così che si prepara la strada per una nuova impresa di successo. Parla dei due risvolti del lavorare nella Valle:  grandi spazi verdi, tenore di vita elevato, lussi a portata di mano. Ma anche competitività esasperata, rischio di essere emarginati appena si smette di dare il massimo.

Vecchio amico di IdF (oh quanti elogi l’anno scorso al Politecnico di Milano…) Simone Brunozzi ha da poco lasciato l’incarico di “evangelist” di Amazon (girava il mondo per presentare in grandi eventi potenzialità e servizi del colosso della vendita online) ed è ora a VMware a fianco di Riccardo, anche se contemporaneamente sta facendo crescere una startup fra Italia e USA,  Cloud Academy. Si parla del talento italiano, di come per molti professionisti dotati l’handicap sia la scarsa conoscenza della lingua inglese. E di come sullo scenario globale, il costo del lavoro di un ingegnere in Italia rischi di essere più alto non rispetto a Silicon Valley ma al Colorado o al nord della California.

Lunch sotto il sole nella bellissima mensa e partenza per San Josè. All’Almaden Research Center di IBM ci accoglie un’altra vecchia amica di IdF, Luisa Bozano, ingegnere genovese che abbiamo incontrato più volte. E’ lei a spiegare come sia ormai lontano il ricordo di un colosso che dominava il mercato della macchine  informatiche. Da tempo IBM sviluppa innovazione in mille direzioni, dai materiali alla medicina alle nanotecnologie, intrecciando spesso campi e competenze diverse,  con un primato di 19 anni come leader nella produzione non di macchine ma di brevetti.  Tocca a Simone Bianco, laurea in Fisica a Pisa, Phd nel North Texas, oggi membro del gruppo di Public Health Research spiegare come i straordinari progressi nella capacità di elaborazione dei computer tra software e Big Data possano essere utilizzati per combattere ad esempio i virus, cercando di studiare a fondo e prevedere mutazioni che fino  a poco tempo fa potevano parere incalcolabili e infinite. Intanto “Watson”, programma di intelligenza artificiale che prende il nome del fondatore di IBM, in grado di interagire col linguaggio naturale, è arrivato al punto di partecipare e vincere azzeccando tutte le risposte di un celebre quiz televisivo…

All’incontro partecipa pure un gruppo di studenti che dall’Italia stanno sviluppando progetti di collaborazione con IBM dal Politecnico di Torino  (Donata Passarello, Rossella Giardi, Yari Ferrante, Emanuele Giacometti, Hariharan Katharajan, Andrea Fantini, Federico Ribet, William Tiddi).  E Luisa spiega che questo ponte di conoscenza si è concretizzato grazie ai contatti del Silicon Valley Study Tour… sì, ha di che essere orgoglioso Paolo Marenco, che è pure partner del nostro viaggio…

Potevamo partire senza rievocare la straordinaria storia di padre Roberto Busa, innovatore e visionario vicentino che proprio grazie il fondatore di IBM compì una straordinaria impresa, già raccontata qui nel 2011 e qualche mese fa a megaevento IBM nel quartier generale di Segrate?   Connecting the dots…IMG_2160

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