Marco Marinucci, esperienza da ingegnere Google per favorire un ponte con l’Italia

 In Interviste e Incontri

Marco Marinucci

Tra i pochissimi italiani a Google, societa’ principe di Internet, Marco Marinucci, ingegnere genovese, non ha mai tagliato i ponti con l’Italia. E’ lui anzi uno degli animatori di Mind the Bridge, l’iniziativa mirata a favorire opportunita’ a Silicon Valey per progetti italiani, di cui abbiamo parlato di recente, in questo post ed in quest’altro.

Con Italiani di Frontiera, Marinucci ha parlato del suo lavoro in un’azienda che sembra incarnare lo spirito stesso di Silicon Valley. E di spunti che dovrebbero essere d’esempio per l’Italia, per un salto di qualita’ che richiede di cambiare il modo di pensare. Qui il sommario

DA GIUNTI A GOOGLE – Sono a Google dal 2005. Fossi arrivato l’anno prima, sarei milionario, come tutti i dipendenti piu’ anziani, che hanno ottenuto stock option andate alle stelle. E molti, anche se milionari, sono ancora qui a lavorare. Originario di Genova, ho fatto li’ l’Universita’ (Ingegneria Elettronica) e a Madrid (MBA). Prima di Google, ero gia’ a Silicon Valley. Lavoravo per l’editore Giunti al progetto Giunti Labs, dopo aver lavorato in precedenza in Francia a Sophia Antipolis nella piccola Silicon Valley in Costa Azzurra.

FILOSOFIA GOOGLE – Qui a Google, mi occupo di content partnerships, con progetti come Google Books (ricerca tra i libri) e Google Scholar (ricerca tra articoli scientifici). Il profitto e’ arrivato dopo ma non e’ mai stato l’obbiettivo principale della societa’, che e’ evidentemente una societa’ commerciale ma con una missione nobile: “l’organizzazione dell’informazione nel mondo, in maniera che sia utile ed universalmente accessibile”. E’ stato il principio dei due fondatori , Sergei Brin e Larry Page, che sono partiti con un progetto sviluppato all’Universita’ di Stanford, dove non hanno piu’ finito il loro dottorato, e lo e’ ancor oggi che ci sono circa 20.000 dipendenti e un fatturato lo scorso anno di oltre dieci miliardi di dollari. In questo percorso, persone da tutto il mondo (di italiani siamo solo una dozzina) vengono scelte in base alla loro capacita’ di poter ampliare questo sistema di diffusione della conoscenza. Ed e’ una selezione lunghissima. Per me e’ durata nove mesi, con una trentina di colloqui con persone diverse ed alla fine una presentazione generale al senior management.

MEZZI E CONTENUTI – Noi cerchiamo di sviluppare prodotti sempre nuovi per questa diffusione della conoscenza, diffusione “democratica” e senza preclusioni per i contenuti stessi, dei quali per questo non ci occupiamo, a differenza di altri motori di ricerca che spesso sono caduti nella tentazione di mescolare le due cose. Vogliamo evitare che si possano discriminare in base alle scelte o al gusto individuale.

ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO – Non ci sono orari, lavoro estremamente flessibile ma ci sono obbiettivi trimestrali che si verificano assieme ai propri capi. Google e’ una societa’ aperta, la sede ha una palestra, sauna, piscina, asilo, ristoranti gratuiti. Ogni venerdi’ pomeriggio riunione raduno con Page e Brin. Partecipano quasi tutti i dipendenti nella sede e molti altri in videoconferenza. Ognuno puo’ porre domande o inserirsi negli appuntamenti con i due capi.

MARKETING – Non c’e’ pubblicita’ per i nuovi prodotti Google ma si conta sulla diffusione del passaparola. Se il prodotto funziona lo si vede da solo e va avanti. Altri invece vengono accantonati dopo un po’ se i nostri utenti non reputano essere innovativi. Una diffusione virale, come indicato nel libro “The Tipping Point”. Come e’ successo ad esempio a Orkut, uno strumento di social netwoking ideato da un ingegnere turco e che porta il suo nome, diventato la principale rete di questo genere in India e Brasile. (120 milioni di utenti nel mese scorso secondo Wikipedia).

NEGATIVITA’ ITALIANA – Questo spirito positivo e’ proprio agli antipodi, rispetto a quanto si avverte in Italia, dove si percepisce una negativita’ diffusa che va oltre la situazione politica ed economica. E’ stata la generazione dei nostri genitori con alle spalle la fame e la guerra a fare le cose migliori, non certo la nostra. Basta passare la frontiera e andare in Spagna ed avere la sensazione opposta. La percezione che li’ “si puo’ fare” quello che in Italia si e’ rassegnati a non tentare.

RISCHIO E FALLIMENTO – Perche’ per innovare bisogna provare e magari sbagliare. Ricerca e innovazione vanno di pari passo con il rischio. Bisogna tentare strade nuove senza paura di fallire. Lo sanno i venture capitalist, che investono su idee diverse sapendo che alcune (poche) frutteranno ed altre (la gran maggioranza) falliranno. E nel mondo del lavoro qui e’ cosi’, si rischia si accetta di poter fallire. Pazienza, si ricomincia da un’altra parte. Questo sembra inaccettabile in Italia, dove il fallimento non e’ un tappa di un percorso ma una disfatta. E la bancarotta di una societa’ e’ sinonimo di bancarotta fraudolenta…

UNIVERSITA’ – Non credo sia l’Universita’ il problema dell’Italia. Le nostre come insegnamento sono generalmente qualificate, anche se sono poco aperte all’estero e non hanno quell’interscambio col mondo delle aziende che significa opportunita’ di lavoro ed occasioni di sbocco professionale.

BUSINESS PLAN – La base sulla quale si progetta qui un lavoro ed una nuova impresa, come farla nascere e come svilupparla e’ il business plan. Ma chi lo sa fare, in Italia? Nelle aziende non si usa, nelle Universita’ non lo si insegna.

ESEMPI DA SEGUIRE – I Paesi da tenere come punto di riferimento ed esempio per il loro ruolo nello sviluppo tecnologico, sono India e Israele soprattutto. Hanno promosso il loro hi tech (in Israele con un impegno da parte del governo), ora hanno un’immagine consolidata nella Silicon Valley, dove le aziende di questi due Paesi sono presenti con il marketing e la ricerca di investimenti, mentre i prodotti vengono sviluppati in casa loro. E Israele e’ gia’ ad una seconda fase.

ESEMPI ITALIANI – Ma ci sono anche aziende italiane sviluppate secondo questo modello. Penso a Funambol, che ha marketing e finanza qui, mentre sviluppa i suoi prodotti in Italia. E’ questa la strada giusta.

UN PONTE CON L’ITALIA – Pochi giorni fa abbiamo concluso la prima edizione di Mind the Bridge. Un concorso per selezionare progetti di valore dall’Italia e favorirne la presentazione qui, per trovare finanziatori che le considerino occasione di business. E’ un’occasione per valorizzare idee imprenditoriali. E all’inizio la diffidenza in Italia era tanta. Non si credeva che qualcuno si desse da fare per favorire progetti altrui. Deve esserci sotto il trucco, sembrava impossibile che fosse un’iniziativa non a scopo di lucro… anche in questo credo sia necessario in Italia un cambio di mentalita’. Siamo cresciuti spesso con l’idea che gli imprenditori fossero degli squali…magari ce ne sono. Ma non tutti. Magari sono dei ragazzi che hanno un’idea e tentano di realizzarla. Come i cinque selezionati da Mind the Bridge.

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