Federico Faggin, “padre” del microchip: conflitti, egoismi, cosi’ l’Italia e’ stata umiliata da Taiwan

 In Interviste e Incontri
Federico Faggin

Federico Faggin

Molti lo considerano il numero uno. Chi legge queste righe al computer lo fa grazie a lui, visto che e’ uno dei padri del microchip. E dovrebbe ringraziarlo due volte se ha un laptop, perche’ e’ stato anche l’inventore del touchpad.
Vicentino, classe 1941, Federico Faggin e’ una figura storica del made in Italy a Silicon Valley, dove si e’ trasferito quasi quarant’anni fa con la moglie Elvia (con lui nella foto). E dove oggi e’ amministratore delegato di Foveon, azienda che produce sofisticati sensori d’immagine.
Faggin ha affidato a IdF in esclusiva una profonda riflessione sulle cause, tutte culturali, dei ritardi del suo Paese d’origine, al quale e’ rimasto affezionato, nel campo in cui lui ha primeggiato a livello mondiale: quello dell’innovazione tecnologica.
Un’analisi lucida e impietosa, un contributo eccezionale, che Italiani di Frontiera proporra’ in due parti.

“PERCHE’ NON IN ITALIA – Perche’ questo centro d’avanguardia che è Silicon Valley è possibile qui e non in Italia? E come mai, visto che qui ci sono così tanti italiani?
Dunque non manca la materia grigia, ma il saper organizzare le cose in modo da usarla.
Non ho studiato il problema in dettaglio, il mio tempo è molto limitato per queste cose. Ma per capirne le origini, i fatti singoli non danno idea di come si cambi una situazione. Quando uno ha un problema tecnico, la prima cosa che diciamo qui e’: dobbiamo trovare e affrontare la causa alle radici…

L’ESEMPIO DI TAIWAN – Quarant’anni fa, in campo internazionale l’Italia non era cosi’ arretrata nelle tecnologie, come e’ oggi. C’erano aziende come Olivetti, ma non solo: Telettra, Selenia, Magneti Marelli… tutte sparite o snaurate. C’e’ da chiedersi perche’ oggi un Paese come Taiwan, che allora era molto piu’ indietro, sia diventato una potenza mondiale in questo campo, mentre l’Italia ha perso terreno.
Alcune osservazioni possono essere importanti. Partendo proprio dall’esempio di Taiwan.
Negli anni Sessanta, molti figli di taiwanesi sono venuti qui a studiare ed imparare, poi a lavorare. Non parlo di tre o quattro ma di migliaia di ragazzi, che si sono dati da fare, hanno imparato come si fa. Il loro Paese ne accoglieva con favore il ritorno. Perche’ li’ c’e’ la convinzione che se si crea un benessere economico, non e’ solo nell’interesse di alcuni ma nell’interesse di tutti.

IL PREGIUDIZIO DELLA TORTA DA SPARTIRE – Generalmente, gli italiani che sono andati via, se tornassero indietro non sarebbero invece cosi’ ben visti. Perche’ in Italia c’e’ una forma di competizione molto forte. Vige il principio della “torta finita”: se qualcuno ha successo vuol dire che si sta prendendo una fetta più grande e quindi la toglie a me. Non c’e’ quel senso del bene comune, che vedo invece in Paesi che hanno avuto piu’ successo, in base al quale se uno realizza un aumento di valore, ingrandisce la torta e ne beneficiano tutti e non solo lui. Questa mancanza si traduce, in politica, in governi che non durano, non hanno una strategia o un piano a lunga durata, in modo da dare risultati. E’ un peccato perche’ gente brava ce n’e’ tanta in Italia. Capace, piena di intelligenza e voglia di fare. Viene frustrata da un ambiente che non da’ opportunita’, taglia le gambe…

CONFLITTI AUTOLESIONISTI – Questa rivalita’, si traduce spesso in una conflittualita’ autolesionista. Paradossalmente, in Italia sembra prevalere una mentalita’ del tipo: “Sono disposto a perdere, pur di far perdere anche te”. Sembra assurdo… In una trattativa, uno puo’ uscire vincitore e l’altro sconfitto, o viceversa. Ma si puo’ anche ottenere entrambi qualcosa, da una negoziazione. Il modo peggiore di concludere invece e “lose to lose”: per non far vincere l’altro, si perde tutti e due.
Questa conflittualita’ estrema, basata sul togliere all’altro, questa mancanza di buona volontà di mettersi d’accordo per un bene comune, si vede nella societa’, nelle liti tra inquilini ad esempio, come tra i politici. Io la vedo spesso nei sindacati, quasi una continua lotta di classe: sono disposto a perdere tutto, purche’ i padroni non prendano un po’ troppo… una mentalita’ assurda, arretratissima.

COSA COMUNE SOLO PER GLI AFFARI PROPRI – Questa mentalita’ ispira anche l’attitudine tipica verso la cosa comune: non un bene collettivo ma qualcosa da usare a proprio beneficio, togliendola possibilmente agli altri. Questo “grabbing”, prendere per sè, è una forma di psicologia primitiva. Pagare le tasse qui negli Usa, per esempio, è considerato un partecipare a questo bene comune. Un dovere civico. Evadere, come tanti fanno in Italia, “tanto ci tassano troppo e ci dobbiamo difendere da un governo che ci salassa,” nascondendosi dietro a quello che fanno altri, spalleggiandosi a vicenda, qui non sarebbe nemmeno concepibile.

NESSUN PROGRESSO SENZA GIUSTIZIA – Ora, se guardiamo ai Paesi che (per questa carenza del senso di bene comune) faticano a sfruttare le loro potenzialità economiche, a dare benessere al loro cittadini, alla base in genere ci sono corruzione e mancanza di un sistema legale che protegga la vittima di ingiustizie. Quando sono presenti questi due elementi, un sistema automaticamente non può produrre ricchezza. I Paesi che sono del Terzo Mondo, e ci rimangono, hanno queste caratteristiche, che purtroppo ha in parte anche l’Italia. Corruzione e un sistema giudiziario incredibilmente lento. Pertanto, se mi prendo delle libertà con gli altri, visto che ci vorranno 20 anni prima che mi puniscano, sarò già morto prima che giustizia sia fatta. Questo fenomeno ha l’effetto di incoraggiare molte persone alla disonestà e indebolire le persone oneste, che invece si scoraggiano. E non è certo quel che serve per conquistare mercati, andare avanti. E’ invece tipico di chi finisce per tirarsi indietro, perdendo motivazione. Uno si rassegna, non può lottare in un Paese dove ti legano le mani dietro la schiena: come si fa a battersi cosi’?

TORNARE? NON CI PENSO PROPRIO – In questa situazione, a livello internazionale quale grande azienda americana vuole investire in Italia per avere problemi? Meglio farlo in altri Paesi, dove il sistema protegge chi fa gli investimenti.

A tornare in Italia io non ci penso nemmeno. Non voglio avere questi problemi, è già difficile competere a livello internazionale nella Silicon Valley. Se devo competere con le mani legate, non posso farlo. Sarei deficiente, sprecherei le risorse della mia gente qua, per affrontare lì problemi che non si possono risolvere. Non si può coltivare una pianta se non c’è il terreno giusto. A me avevano offerto di aprire una fabbrica nel Meridione. Non l’ho nemmeno preso in considerazione. Anche se mi avessero dato incentivi, se la cosa non funziona, perdo tempo, energie, mercati. Se dovessi valutare dove andare a fare investimenti, l’Italia non è tra i primi posti che metterei nella mia lista. Del resto è un fatto che in Europa l’Italia è uno dei Paesi che ha meno investimenti dall’estero, la Spagna ad esempio ne ha molti di più (continua).

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