Clandestina a Damasco: Antonella Appiano giornalista di Frontiera in Siria

 In Interviste e Incontri

Ci sono giornalisti che scrivono di Esteri su grandi quotidiani specializzandosi come… “inviati nel lavoro altrui”: pezzi copiati interamente da giornali stranieri, citando la fonte al massimo in una riga. E continuano impuniti, malgrado Internet consenta facilmente di smascherarli.

Altri che fanno gli inviati in grandi hotel, con cospicue note spese e interpellando tutt’al più qualche tassista. Altri ancora che senza schiodarsi dalla redazione hanno già un’idea preconcetta dello scenario di un Paese lontano. E se il reporter che sta sul posto, magari rischiando in una piazza calda, racconta una realtà diversa… la ignorano, perchè a loro non interessa conoscere la realtà ma cercare solo conferme a quel che hanno in testa.

Ma ce ne sono tanti altri coraggiosi, appassionati, capaci di muoversi con gli occhi aperti, lontano dai riflettori. Pronti a stupirsi e a raccontare con attenzione quel che hanno scoperto anche quando è assai diverso da quel che si aspettavano. E’ il loro lavoro ad aiutarci a capire il mondo,  a crescere, con consapevolezza fuori dagli stereotipi.

Antonella Appiano che oggi lavora per la testata online L’Indro,  è una di questi giornalisti “di Frontiera”.  Lunga carriera in quotidiani e tv, poi nel web, mesi fa ha deciso di partire da sola alla volta della Siria, poco prima che il Paese, sulla scia delle rivolte della primavera araba, si trasformasse in uno scenario incandescente, vietato ai giornalisti stranieri. Lei ha continuato a lavorare, raccontare e inviare di nascosto i proprie pezzi. Raccolti oggi in un libro uscito da poco, Clandestina a Damasco– Cronache da un Paese sull’orolo della guerra civile” (Castelvecchi), storia di “quattro mesi nella Siria vietata ai giornalisti stranieri, false identità e travestimenti per sfuggire alla censura e raccontare in esclusiva la repressione del regime di Assad”. Un mosaico di straordinario valore. Su come si guarda il mondo in evoluzione, come si fa il mestiere di giornalista.

– Decidere di andare per mesi da sola in un Paese mediorientale sotto pressione, vietato ai giornalisti, mentre si susseguivano le rivoluzioni in Nordafrica… come è nata questa idea un po’ folle?

 “Non la definirei un’idea folle. Prima di tutto quando sono arrivata in Siria, il 7 marzo 2011, il Paese era tranquillo. Certo l’area nordafricana era ‘calda’ , dopo le rivolte in Tunisia e in Egitto. E per una giornalista specializzata in Medio Oriente, il momento storico avrebbe potuto rivelarsi interessante anche per la Siria. In secondo luogo, molto banalmente, avevo deciso di riprendere gli studi della lingua araba e per motivi di lavoro, ho approfittato di un momento favorevole. In più conoscevo molto bene la Siria, la sua storia, la sua cultura, i luoghi, le caratteristiche religiose, settarie. E avevo contatti ed amici.

 – Quali i preconcetti di cui bisogna liberarsi, per affrontare un’avventura del genere?

“Amare il viaggio, la conoscenza di altre culture, stili di vita. Amare lo “spaesamento”, essere in grado di evitare le comode routine, i percorsi definiti. Sapersi adattare e mettersi alle prova. Ma io non ho dovuto liberarmi di preconcetti. Come scrivo nel mio blog www.conbagaglioleggero.com io mi definisco una giornalista nomade alla ricerca dell’’altrove’”.

Occorre mettersi in gioco non poco, per affrontare da soli situazioni impreviste. Qual è stata la cosa più difficile?

 “In Siria, da quando sono scoppiate le prime rivolte e i giornalisti stranieri sono stati allontanati e poi espulsi dal Paese, ogni situazione è diventata un imprevisto’. Ero entrata con un semplice visto turistico e quindi dovevo lavorare “camuffando” la mia vera identità. Cercare informazioni senza insospettire e senza mettere in pericolo nessuno. Guadagnarmi la fiducia della gente. Lottare con le connessioni Internet capricciose, valutare in una manciata di secondi se una proposta di contatto poteva invece rivelarsi una trappola”.

 – Buttandosi, rischiando… ci sono opportunità impensabili, scoperte, cose che vanno meglio di ogni previsione?

 “Certo. Ma solo se si è consapevoli del rischio. La conoscenza è alla base di tutto. I colpi di testa sono inutili e controproducenti”.

 – Come usare mezzi di comunicazione, inviare pezzi e andare in Rete in un Paese repressivo?

“E’ importante non girare con il pc per il Paese, cancellare tutto il materiale, di volta in volta. Nel mio caso, le connessioni a Internet spesso erano difficoltose. Mi è capitato di non potermi collegare per ore. Allora cambiavo zona, cercavo un Internet Point o un wireless café nei quartieri più eleganti della capitale. A volte mandavo il pezzo in ritardo, magari in piena notte, ma sono sempre riuscita a farlo”.

 – E nella vita di tutti i giorni, come ci si muove per raccogliere notizie senza dare nell’occhio?

“Bisogna vivere fra la gente del posto e non fra gli stranieri. Abitare in una casa come la loro. Mangiare lo stesso cibo, andare negli stessi locali. Al mercato a fare la spesa. Non restare chiusi in aree privilegiate, isolate. Saper ascoltare”.

 – C’è stato un momento di forte tensione in cui hai dovuto davvero rischiare molto?

“Quando ho deciso di partecipare a una manifestazione, per vedere con i miei occhi. Il piano era ben preparato ma esistevano rischi inevitabili. Di essere scoperta dalla polizia e soprattutto, durante la manifestazione, come racconto nel libro, di essere colpita da una pallottola”.

 – A volte chi sta in redazione non capisce le difficoltà di chi è sul posto. E magari giudica in base a idee preconcette, che la cronaca smentisce… a te è successo di riscontrare questi pregiudizi?

“Spesso chi sta in redazione non conosce i luoghi o si basa su situazioni simili già accadute. A me è successo, per esempio, che dopo le rivolte in Egitto, tanti si facessero un’idea della Siria basandosi su ‘Piazza Tahrir’. Difficile quindi spiegare che a Damasco era difficile persino avvicinarsi all’area dove si sarebbe svolta una manifestazione”.

 – Si impara molto, rischiando e sbagliando. Ripensandoci, quale è stata la tua intuizione più azzeccata e l’errore dal quale hai imparato, o che tornando indietro non rifaresti?

“L’intuizione più giusta è stata quella sulla “non esistenza” della blogger Amina. D’istinto ho subito diffidato di una storia troppo ben confezionata. E poi, proprio perché ero sul posto, ho potuto indagare. Le piste si fermavano sempre. Nessuno aveva mai visto e incontrato la blogger. Molti fra gli stessi oppositori, erano sicuri che fosse una storia inventata. L’errore più grande, non aver capito che uno degli oppositori che frequentavo, aveva un segreto da confessarmi. Un segreto che mi avrebbe permesso di scoprire prima alcuni fatti. Avrei dovuto cogliere certi aspetti della sua psicologia”.

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