Marco Battaglia fisico a Berkeley: studiare la materia con vista sul Golden Gate

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Marco Battaglia

Marco Battaglia

Come si lavora ad un progetto proiettato nel futuro studiando un passato lontanissimo, in un ufficio con vista sul Golden Gate? All’inizio la produttività crolla nel pomeriggio: quando il sole scende dietro al ponte dandogli i riflessi dorati che gli sono valsi quel nome. E si resta affascinati. Poi ci si abitua, anche se ogni tanto, per un the, si invitano a godere di quello spettacolo naturale studenti normalmente costretti in stanze senza finestre. Perche’ e’ nella natura umana il saper tesaurizzare sui vantaggi. dice Marco Battaglia, padovano cresciuto a Milano. E’ un ufficio dell’Universita’ di Berkeley, quello in cui lavora come fisico sperimentale con specializzazione in fisica delle particelle elementari. Docente a Berkeley dal 2003, Battaglia (attualmente a Ginevra per un anno di permesso sabbatico) e’ membro dello staff scientifico associato al Lawrence Berkeley National Laboratory, il piu’ grande laboratorio nazionale che conduce attività in fisica sia delle particelle sia in altri campi, gestito in collaborazione fra l’Università dellla California e il Department of Energy, l’organismo federale che finanzia attivita’ di ricerca e sviluppo in fisica fondamentale.

MAESTRI – Ne ho avuti piu’ di uno. Il primo, Peter Weilhammer, direttore del gruppo di rivelatori alla divisione di fisica sperimentale nel Cern. Entrai nel suo gruppo come Summer Student in un momento particolarmente affascinante ma anche di grande responsabilità mentre si testava un grosso rivelatore. Ogni tanto andavo nel suo ufficio e gli chiedevo un po’ di tempo alla sera, per poter discutere di fisica. La cosa che mi affascinava di lui era che alla fine della conversazione mi chiedeva sempre: “Quando sei entrato da questa porta avevi dei dubbi, ho risposto ai dubbi che avevi?”. E io dicevo di sì, poi tornavo un’ altra volta. Mi è rimasto molto vicino anche se poi ho preso altre strade.

UGO AMALDI SCIENZIATO E UMANISTA – La figura fondamentale nella mia formazione di fisico è stata quella di Ugo Amaldi, figlio di Edoardo, il fondatore del Cern. Erede di una dinastia e grandissimo fisico, Ugo Amaldi era a capo dell’esperimento Delphi quando ero al Cern. Un giorno entrai insieme a lui per caso in ascensore. Lui mi guardo’ e mi fece una domanda riguardo un’analisi di cui avevo presentato dei risultati qualche giorno prima. C’erano circa 350 persone attive al Cern nello stesso esperimento, rimasi sconcertato dal fatto che sapesse cosa avevo fatto vedere ad un meeting molto ristretto qualche giorno prima. Mi disse che gli era piaciuta e di andare direttamente nel suo ufficio a parlargli. Cosi’ incominciai. Da allora lo incontrai settimanalmente, è sempre stata per me una figura di riferimento e lo è ancor oggi. Quel che ho sempre amato di lui è la capacità di unire l’attenzione per la fisica e per la natura all’attenzione per l’uomo. Questo fatto che il fisico è una persona globale, non uno al di fuori della società e del contesto umano solo perchè studia dei fenomeni difficili da capire per la maggior parte delle persone. La sua capacità di portare il rigore scientifico anche nel modo di confrontarsi con le persone, soprattutto nel proprio gruppo. Ho passato tantissimo tempo con lui a discutere di temi dalla fisica alla relazione tra religione, fede e scienza. Questo mi ha fatto capire come un grande scienziato risulti essere anche una grande persona. E’ qualcosa che spero di aver dentro e che cerco di trasmettere anche ai giovani studenti. Essere persone complete che guardano al di là della scienza a cui si dedicano è qualcosa che ha a che fare con l’umanesimo.

UNIVERSITA’ ITALIANA E AMERICANA – Laureato a Milano, ho poi fatto il dottorato all’Universita’ di Helsinki in Finlandia mentre stavo al Cern. E adesso insegno a Berkeley. Secondo la mia esperienza, l’università italiana sforna fisici ottimi, perchè la preparazione in Italia è estremamente ampia, con conoscenze ad ampio raggio, molto più’ che in quella americana, che forma alcune eccellenze ma proprio per questo dall’inizio porta le persone a specializzarsi, a sapere moltissimo ma di un campo piuttosto ristretto. Ad un corso in parte dedicato alla relativita’, ho suggerito agli studenti un bellissimo libretto di Albert Einstein, “Il significato della realatività”, dove ne parla quasi in termini filosofici. Perche’ devo leggerlo?” mi hanno chiesto diversi, saputo che non era oggetto di esame.

APERTURA MENTALE DEGLI ITALIANI – Gli studenti italiani che vengono a lavorare con noi sono generalmente preparati meglio, hanno magari una carenza di profondità su un certo argomento ma l’ampiezza delle loro conoscenze gli permette poi di sopperire studiando un po’ più in quel determinato argomento. Mentre uno studente americano sa tutto di un tema di suo interesse ma di quelli adiacenti generalmente non sa nulla. Per questo, uno studente italiano conoscendo tanti argomenti spesso puo’ raggiungere una sintesi, unire idee da diversi punti e arrivare ad una risposta, cosa che agli studenti americani manca. E questo e’ un aspetto importante.

QUASI UN PADRE QUI IL PROFESSORE – Io dei miei studenti conosco i dettagli personali. Se uno di loro ha dei problemi familiari viene da me, come suo docente, a chiedere consiglio e sostegno. Anche se non ha i soldi per pagare l’affitto alla fine del mese, o la retta al campus. Viene e mi chiede: “Può aiutarmi?”. Alcuni chiedono aiuto anche in un momento di crisi. Vengono dicendo: “Non credo in quello che faccio, mi aiuta?”. Effettivamente lo studente americano dà molto, perchè negli anni di studi fa poche cose aldilà di studiare. Però richiede anche molto. E dato l’entusiasmo che ha, noi siamo anche tenuti a dar loro molto. Mi sono sentito davvero in dovere di aiutare molti ragazzi che avevano dei problemi. E capita regolarmente che miei studenti vengano e mi dicano: io voglio fare questa carriera, mi puoi aiutare a fare i passi giusti per arrivare fin là’?

STUDENTI ITALIANI “ABBANDONATI” – Purtroppo, dove l’università italiana manca è proprio nel seguire i propri studenti fino a destinazione. L’università americana fa molto per formare i proprio studenti e aiutarli ad avere un profilo in cui poi riescano con l’abilità applicata nel mondo del lavoro o in quello accademico. L’università italiana crea degli studenti meravigliosi ma poi non ha la capacità di completare questa preparazione facendo in modo che attirino opportunità. Un docente italiano dirà del proprio studente che è bravo e finisce lì. Mentre quello americano può andare tanto lontano da dire: “Questo studente potrebbe un giorno essere un premio Nobel, potrebbe inserirsi nel vostro gruppo e fare questa, questa e quella cosa”. Forse l’università italiana manca di un rapporto diretto tre docente e studente, per promuoverlo nel mondo del lavoro e nel mondo accademico.

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