Silicon Valley made in Italy a confronto con l’ambasciatore Castellaneta

 In Eventi

Castellaneta

Quali sono i segreti di Silicon Valley?
Ed e’ possibile immaginare di poterli esportare in Italia?
Per imprenditori, manager e ricercatori della Baia rischiano di essere domande retoriche, ripetute da anni. E qualcuno storce persino il naso, abituato a rispondere ai quesiti di rito di intervistatori di passaggio.
Ma non e’ stata un’occasione come tante, quella di ieri a Redwood City. Perche’ a incontrare l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti Giovanni Castellaneta, per un confronto breve ma tutt’altro che di circostanza, e’ stato il Gotha di un made in Italy di Silicon Valley forse mai cosi’ compatto (o meglio mai meno disgregato). Dopo che negli ultimi anni associazioni come Baia e Sviec e iniziative come Mind the Bridge sono riuscite finalmente a delineare un inizio di identita’ comunitaria per talenti abituati ad inseguire il successo in ordine sparso.
A far gli onori di casa, nella sede di Digital Persona, con l’amministratore delegato della societa’, Fabio Righi il nuovo console generale a San Francisco Fabrizio Marcelli, in un incontro condotto da Terenzio Scapolla, addetto scientifico dell’Istituto italiano di Cultura di San Francisco. Con relatori d’eccezione come Luca Cavalli-Sforza (Stanford University), Federico Faggin (Foveon), Giacomo Marini (Noventi) e Fabrizio Capobianco (Funambol). Questi ultimi gia’ protagonisti di post su Italiani di Frontiera.
Qui la galleria fotografica.

SPEZZARE LE CATENE DELL’UNIVERSITA’ – Trentasette anni di Universita’a Stanford mi hanno insegnato che il primo problema e’ quello di garantire l’indipendenza degl atenei, soffocati in Italia da procedure burocratiche e una cronica dipendenza da pratiche ministeriali inefficienti, ha detto Cavalli-Sforza, insigne genetista che si appresta a lasciare la prestigiosa Universita’ californiana, parte integrante di Silicon Valley, non per riposare ma per dedicare le proprie energie ad un progetto sul genoma umano in Italia.
Negli Usa, non solo le universita’ private ma anche quelle pubbliche hanno autonomia nella decisione su come usare i propri fondi, ha detto il professore, “mentre in Italia tutto ruota attorno ad un ministero inefficiente”.
Gli atenei italiani possono vantare docenti bravi, costretti pero’ dalle procedure a sprecare tempo ed energie per riuscire ad arrivare (alla cattedra dopo un lungo precariato ndr), ha detto il professore.
Situazione non meno grave a suo giudizio nei fondi alla ricerca, in cui l’Italia e’ fanalino di coda europeo. Anche se qualche speranza viene ora da iniziative private (come le banche) e da un maggiore controllo da parte dell’Ue, (piu’ rigorosa nella gestione dei fondi ndr). Mentre gli stanziamenti sono stati sinora decisi con criteri spartitori e non meritocratici, ha aggiunto Cavalli-Sforza. Chiudendo con una nota di ottimismo: se non altro, l’Italia e’ il Paese piu’ longevo dopo il Giappone, merito forse della sua sana alimentazione…

INNOVAZIONE E BENESSERE – L’innovazione non e’ un’invenzione ma un processo con tre fasi fondamentali, di cui solo la prima e’ l’invenzione, ha ricordato Federico Faggin (Foveon), uno dei padri del microchip, illustrando la singolare articolazione di Silicon Valley, di cui e’ uno dei veterani.
In questo processo, ha detto, seconda fase e’ quella in cui un’idea deve poter diventare un prodotto da introdurre nel mercato in modo concorrenziale, cosa che richiede l’apporto di molte persone e risorse. La terza infine mira a far funzionare quest’idea nel mondo. “E solo dopo che la terza fase e’ completata, si puo’ dire che il processo innovativo e’ ultimato, portando il progresso civile e miglior benessere”, ha spiegato.
Come realizza questi processi Silicon Valley?
Primo, con spirito imprenditoriale, cultura dell’innovazione che si avvale dell’apporto di etnie diverse, “in cui gli americani sono in minoranza, asiatici soprattutto”, che infondono conoscenze ed energie nuove.
Poi un Universita’ di prim’ordine, che non ha paura a collaborare con l’impresa, con tanto personale con preparazione tecnica, scientifica e imprenditoriale. E capitali di ventura, (in un anno 20 miliardi di dollari investiti in nuove aziende), disponibilita’ di addetti e servizi di ogni tipo, cosa che permette ad un’azienda di concentrarsi interamente sul proprio valore aggiunto. Mancano i sindacati e i dipendenti attraverso le stock options, che li rendono azionisti, sono compartecipi dell’azienda, senza quel conflitto tra imprenditori e dipendenti tipico dell’Europa.
Questo ecosistema, in cui una ditta non parte per il mercato locale ma punta a quello globale, ha prodotto una capacita’ di rinnovamento incredibile, ha detto Faggin, in settori come semiconduttori, pc, software telecomunicazioni, Internet e biotecnologie. E oggi compie un grande sforzo anche nelle tecnologie per energie innovative.
Ricordando otto colossi, come Hp, Fairchild, Intel, Apple, Genentech, Sun Microsystems, Cisco e Google (250 miliardi di dollari di fatturato, un profitto netto di 50 miliardi, un valore di mercato di 700 miliardi di dollari), Faggin ha affermato che questo ecosistema d’avanguardia, in cui il silicio rappresenta ormai solo il 25%, non produce solo benessere locale, ma globale, con dieci posti di lavoro nel mondo per ognuno creato qui: “Non ci sono dubbi sul fatto che Silicon Valley abbia cambiato il mondo”.

ATTIRARE I CAPITALI – Come attirare in Italia investimenti che facilitino lo sviluppo di un polo hi tech? Il capitale e’ molto mobile, va dove e’ gradito e si allontana da Paesi che danno la percezione di non volere investimenti di un certo tipo, ha spiegato Giacomo Marini, gia’ pioniere dell’hi tech con Logitech e oggi venture capitalist con Noventi a Silicon Valley, ma impegnato anche in un paio di iniziative in Italia.
Non e’ facile rimediare alla percezione negativa che ancora grava a proposito dell’Italia, ha detto Marini. Rilevando come norme chiare, stabili e trasparenza nelle procedure siano ingredienti indispensabili per invogliare investimenti. Passi avanti, ha detto, ce ne sono stati, ma non sono sufficienti. Mentre politiche industriali di incentivi, alla fine esaminate nel dettaglio non funzionano. Semplicemente perche’ i capitali si orientano verso gli ecosistemi che hanno gli ingredienti per farli fruttare. E cosi’ come finiscono a Silicon Valley e non nel Montana, “scoraggiare investimenti a Como per favorirli a Cosenza non ottiene in certi settori l’effetto voluto…”. E il rischio e’ che prendano un’altra strada. Magari verso la Cina, dove almeno le aspettative di crescita sono piu’ consistenti.
Ma sono anche altri fattori a penalizzare lo sviluppo in Italia, ha detto Marini. A cominciare dalla tendenza delle piccole e medie aziende a restare tali “mentre qui nascono piccole con l’intenzione di diventare subito grandi o morire”.
Altro handicap a suo giudizio, un elemento culturale, rappresentato dall’individualismo cronico degli italiani. “Anche gli americani sono individualisti, ma di fronte a un problema economico o sociale, gli americani superano l’individualismo, si aggregano e mettono insieme meccanismi di collaborazione. Magari non diventano amici per sempre ma si aggregano attorno a un progetto comune. In Italia invece l’individualismo rimane tale e diventa difficile aggregare imprese, capitali. Si tende ad avere una piccola torta intera, invece di una grossa fetta di una torta piu’ grande”.
Terzo limite per le aziende italiane, ha osservato Marini, il profilo familiare delle piccole imprese, “un potenziale elemento frenante che limita la crescita manageriale, l’accesso dei capitali e penalizza la crescita dell’azienda stessa”.
Ultimo ma non meno importante, l’elemento flessibilita’. Un’azienda a Silicon Valley chiude in due settimane, “a noi in Francia ci sono voluti due anni”, ha detto Marini. Secondo il quale occorre capire che ristrutturazioni e cambiamenti sono inevitabili e possono diventare elemento competitivo: “Se sei piu’ rapido degli altri hai una crescita maggiore se accetti questa flessibilita’, attiri piu’ venture capital…”.

ITALIANI COMPETITIVI – “Tentare di portare capitali americani in Italia? E’ quello che stiamo cercando di fare”, ha detto Fabrizio Capobianco, giovane amministratore delegato di Funambol, caso simbolo di azienda con finanza e marketing in Silicon Valley, sviluppo ed engineering in in Italia. Per trasformare una parte d’Italia in centro dell’hi tech, meglio puntare sul software, perche’ e’ veramente semplice, ha detto Capobianco. Riconoscendo i meriti degli italiani nello sviluppo dei prodotti.
Gli ingegneri italiani, ha detto, sono anche piu’ preparati degli altri. “E’ qualcosa che abbiamo nel Dna e siamo piu’ bravi” nello sviluppo di prodotti. “Competitivi nel cervello” ma non solo, visto che un ingegnere italiano costa un terzo rispetto ad un suo collega a Silicon Valley. E sviluppare prodotti in Italia e’ piu’ facile ad esempio che in India, dove non c’e’ adeguata protezione delle proprieta’ intelettuali.
Ma sullo scenario globale, per l’Italia esistono problemi di marketing. Molti ancora associano la figura dell’italiano a stereotipi tipo pizza e mandolino. Quelli “che non lavorano”, bravi al massimo nel design… “Ne ho trovati un paio, convinti che la Ferrari sia bella ma abbia dentro un motore tedesco…”
Occorre pero’ anche un marketing “interno”, ha detto Capobianco. Rilevando come il ruolo di sviluppatore, che e’ il piu’ prestigioso a Silicon Valley, in Italia sia spesso affidato ai periti, “mentre gli ingegneri neolaureati vogliono diventare product manager, senza nemmeno sapere cosa significhi…”
Il primo passo pero’ verso una Silicon Valley in Italia dev’essere un nuovo contratto di lavoro, piu’ avanzato su modello hi tech, mentre oggi paradossalmente, ha detto Capobianco, e’ anacronistico un settore cosi’ dinamico sia ancora regolato da un contratto che e’ quello dei metalmeccanici.
Indispensabile una svolta radicale dunque, nella normativa ma anche nella cultura. Perche’ se gli italiani sono stimati nel mondo per il design, devono poter arrivare a tanto anche per il design di software.
Importare il modello Silicon Valley? “In Israele lo hanno fatto. E’ possibile e dobbiamo provarci”, ha concluso Capobianco.

RESISTENZE ED ECCELLENZE – E’ vero, in questo mondo globalizzato, che ci sono imprenditori italiani che non vogliono essere finanziati (per mantenere il pieno controllo di un’azienda, a prezzo di non farla crescere ndr), e le piccole e medie imprese, che per noi sono state essenziali, ora cominciano a sentire la concorrenza, ha osservato l’ambasciatore Giovanni Castellaneta. E se grandi gruppi di venture capital non sono interessati a investire in Italia, e’ perche’ trovano il sistema italiano asfittico, ma magari non per colpa del governo ma per il suo sistema finanziario. In questo quadro, non mancano note positive. Ad esempio, una regione sino a qualche anno fa considerata arretrata, come la Sicilia, ora conta una classe imprenditoriale di grande livello. E sono diverse le realta’ di eccellenza, nell’hi tech e nella ricerca, alla quale un gruppo come Finmeccanica dedica ingenti risorse.

Dopo tutto, ha detto l’ambasciatore con una battuta, a chi ha pregiudizi sulle doti degli italiani nella tecnologia italiana, bisognerebe forse ricordare che il presidente degli Stati Uniti vola su un elicottero italiano dell’Agusta…

Post suggeriti
Showing 2 comments
  • folini
    Rispondi

    Grazie Roberto per il dettagliato rapporto dell’incontro con l’ambasciatore. Grazie all’eccellente lavoro che stai facendo credo proprio che tutti noi sentiremo la tua mancanza quando fra poco te ne tornerai in Italia.

  • Massimo Scognamiglio
    Rispondi

    Modello California
    Mi presento, mi chiamo Massimo Scognamiglio, sono un giovane imprenditore (in Italia si è ancora giovani a 38 anni), ho navigato con buon successo nelle acque della (dimenticata) new economy, ho lavorato nel mondo della consulenza e da circa due anni e mezzo sono l’amministratore delegato di una società di biotecnologie californiana. Vivo 6 mesi l’anno in California e sei mesi in Italia, ho deciso di andare avanti e indietro perché amo terribilmnte l’Italia e Roma la mia città.
    Cerco quindi di prendere il meglio dei due paesi: così vicini così lontani.

    L’America è un armadio vuoto ancora da riempire: rozzo (nel senso un po’ snob che abbiamo noi europei) ma allo stesso tempo esemplare, lineare, pieno di energia, di voglia di fare, di desiderio di farcela. è il far west, baby: così lontano ed eccitante.
    Vivo a San Francisco, in albergo sei mesi l’anno e non è poi così male. San Francisco è un luogo quasi ideale, una città che cerca di essere moderna e allo stesso tempo a misura d’uomo. A volte ci riesce ed è meravigliosa in quei momenti. Adoro San Francisco. Ci sono migliaia di barboni che sembrano più bruciati nella testa che nelle finanze.
    Dal nono piano del mio albergo vedo, oltre l’impianto di aria condizionata, un’angolo di strada bellissimo, luminoso. Le persone sono gentili e non è poco. Lo sono per abitudine? Forse sì, ma che cambia? Venendo dall’Itala si sente di più la nostalgia dell’idea di Italia (del ricordo) che dell’Italia di oggi.

    Lavoro a stretto contatto con le Università americane un mondo a parte nell’America paese che ha costruito la sua identità nell’isolamento (in fondo l’america è una grandissima isola, un grandissimo mercato unico) che manda quasi in maniera unidirezionale (verso l’esterno) bit e atomi di cultura e prodotti.

    Vorrei parlarvi dell’emozione dei campus universitari americani, delle case a schiera in legno che il lupo cattivo non fa certo sforzi a soffiare via, della solitudine, dei traslochi facili da una nazione all’altra degli Stati Uniti, dei parcheggi di Los Angeles, di Menlo Park, della Silicon Valley, degli appuntamenti d’affari, del network, del cercare e trovare i link per creare nuove idee, imprese. E vorrei parlarvi dei $$$$$$$ che girano e tutto tutto tutto che gira intorno ai $$$$$$$.
    Insomma vi vorrei raccontare un po’ dell’esperienza che sto vivendo, delle riflessioni che sto facendo sull’Italia, sulla sua disonesta politica, su quello che per me c’è da difendere in Italia (moltissimo, a cominciare dal valore della bellezza, a prescindere dal suo sfruttamento economico) a quello che c’è da sdradicare (a cominciare dal culo pesante che hanno i giovani in Italia, attaccati al petto materno di un paese… so comfortable).

    Per me la politica è mettersi alla prova, mettere alla prova le proprie convinzioni, il proprio modo di vivere, il proprio modo di vedere le cose.

    Per me essere imprenditore di frontiera è vivere la frontiera ogni giorno in Italia, in America, in Cina, ovunque.

    Massimo Scognamiglio

Leave a Comment

Contact Us

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

Illeggibile? Cambia il testo. captcha txt

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca